Energia: una trasformazione obbligata

Di 6 settembre, 2018News

di Giovanni Simoni*

 

La SEN (Strategia Energetica Nazionale) ci ha obbligati a ragionare sui prossimi 12 anni. Il cambio di Governo, la revisione degli obiettivi al 2030 della UE, gli effetti di tale revisione sul documento primitivo della SEN (siamo in effetti in attesa di una qualche formalizzazione del Governo), ci costringono, più di prima, a capire “come si può fare”. Ci costringono ad un mestiere che non ha mai avuto un grande successo: a fare previsioni non per “indovinare” obiettivi e scenari, ma ad immaginare percorsi complessi della prossima ulteriore fase di transizione energetica del Paese.

Una “transizione” che può avere tempi e velocità diverse, ma che non vi sono dubbi avverrà.

Mentre nel 1987, in occasione della Conferenza Nazionale dell’Energia che precedette il primo referendum italiano sul nucleare, scrivevo che nel settore fotovoltaico “avevamo superato il punto di non ritorno”, oggi possiamo dire, con maggiore certezza, che abbiamo superato il tempo di non ritorno di una profonda trasformazione del sistema energetico a livello mondiale.

Un’idea del cambiamento lo fornisce il recente rapporto di Bloomberg New Energy Finance (BNEF) che prevede per il 2050 che il solare e l’eolico forniscano, a livello globale, circa il 50% di tutta l’energia elettrica prodotta e che, con l’ulteriore contributo dei settori idroelettrico, nucleare e delle altre rinnovabili, si possa arrivare a circa il 71%. In Europa il valore potrebbe essere ancora più alto: fino all’87%.

Siamo, di fatto, entrati in una fase nuova nella quale le fonti di energia rinnovabile (FER) “dovrebbero” contribuire in modo sostanziale alla de-carbonizzazione dell’economia italiana in assenza di sostanziali incentivi e con ben poche possibilità di ottenerne di nuovi. E’ la fase nella quale le tecnologie FER elettriche, in particolare solare ed eolico, si devono confrontare con le fonti tradizionali sul piano economico, ambientale, della qualità dei servizi resi e della sicurezza delle forniture e delle modalità gestionali.

MA SI PUO’ FARE DI PIU’?

La Strategia Energetica Nazionale prima edizione, la recente revisione degli obiettivi europei sui consumi finali (dal 27% al 32% di contributo da FER), le dichiarazioni di rappresentanti del nuovo Governo italiano che affermano “si può fare di più”, mostrano un quadro di possibile consenso su obiettivi molto ambiziosi ma ancora carenti dalle necessarie misure attuative.

Se, alla luce dei dati disponibili, si valutano obiettivi e necessità di sviluppo quantitativo per il settore solare e per quello eolico, si ricava che gli attuali circa 20 GW di potenza installata fotovoltaica dovranno diventare oltre 80 GW e per l’eolico i circa 10 GW dovranno diventare al 2030 circa 20 GW. Un totale delle FER “maggiori” e più innovative, di circa 100 GW attive, delle quali ben 70 GW di nuova costruzione.  

In molti si chiedono se questo sforzo sarà possibile in termini quantitativi, economici, normativi e finanziari.

UN GRANDE IMPEGNO. MA PERCHE’?

Altri (pochi in verità) si chiedono “il perché” di tali obiettivi quando il nostro Paese, insieme alla Germania, risulta, (dai dati pubblicati dalla Agenzia Internazionale dell’Energia) il più efficiente al mondo nell’utilizzo delle fonti primarie di energia. Tale considerazione viene sostenuta dal fatto che l’Italia contribuisce a livello planetario a meno dell’1% dell’emissione di gas climalteranti (GHG-Green House Gas) ed una riduzione, anche sostanziale, di tali emissioni ben poco effetto avrebbe nel contenere il cosiddetto “Climate Change” quando paesi come la Repubblica Popolare Cinese “contribuiscono” per quantità superiori al 25% del totale.

Sgombriamo il campo da questa seconda argomentazione. La vera motivazione per conseguire ambiziosi obiettivi in termini di de-carbonizzazione dell’economia italiana, al di là di motivazioni etiche e di immagine internazionale del nostro Paese, è diventata una motivazione prevalentemente economica con non meno importanti ricadute positive sulla qualità ambientale specialmente a livello locale. E’ stato da tempo raggiunto il grande traguardo della coincidenza delle motivazioni economiche con quelle ambientali.

Restare fuori dalla trasformazione globale del passaggio da un’economia basata sulle fonti fossili ad un’economia basata sulle fonti rinnovabili vorrebbe dire restare fuori dallo “sviluppo” inteso nel senso più ampio possibile. Un cambiamento profondo dei processi produttivi, delle tecnologie produttive, dei comportamenti quotidiani di tutti, del modo di consumare: un cambiamento profondo ed irreversibile del modo di vivere.

Un esempio, tra i tanti, è quello della California dove il “driver ambientale” ha indotto una progressiva riduzione delle emissioni totali di GHG (che sono scese per la prima volta al di sotto di quelle del 1990), e che dal 2004 al 2016 sono scese del 13%. Nello stesso periodo di tempo l’economia californiana è diventata la quinta economia del mondo con una crescita complessiva del 26%. In California si è innescato un meccanismo di sviluppo non marginalmente collegato alla de-carbonizzazione che ad ogni riduzione di emissioni dell’1% di fatto corrisponde una crescita economica complessiva di circa il 2%!

Noi, in Italia, ci troviamo in una situazione molto diversa, ma con il lavoro fatto negli anni passati, siamo certamente in grado, se non perdiamo altro tempo, di percorrere una strada, anche se in salita, come quella che abbiamo di fronte.

RINNOVABILI IN ITALIA. UNA CRESCITA INCEPPATA?

Può apparire che nel settore della produzione di energia elettrica il meccanismo di sviluppo sia già in piena funzione: non è cosi, le nuove FER elettriche crescono ad un ritmo di circa dieci volte inferiore a quello necessario al raggiungimento degli obiettivi della SEN.2: dal 2014 ad oggi le nuove installazioni sono cresciute con un ritmo di circa 0,5GW/anno, dal 2019 in poi dovrebbero crescere mediamente di circa 6,5GW/anno fino al 2030.

Il raggiungimento degli obiettivi comporterà per il fotovoltaico (il settore che peserà di più) sia un forte aumento della cosiddetta “generazione distribuita” (GD), sia una quota rilevante e, forse prevalente, di impianti di grandi dimensioni “utility scale” (US).

Il moltiplicarsi della GD influenzerà la domanda “retail” del mercato elettrico, ma potrà essere finanziato dalla riduzione dei costi elettrici (le bollette) per i consumatori finali e dall’eventuale estensione dell’eco-bonus. Per gli impianti US la situazione è del tutto diversa e bisognerà rispondere a due fondamentali questioni: come saranno finanziati i nuovi impianti in assenza di garanzie pubbliche? Come sarà possibile ridurre i tempi (e quindi i costi) per l’ottenimento di tutte le necessarie autorizzazioni.

Il tema finanziario appare uno dei nodi principali da sciogliere in un sistema senza incentivi. Si tratta infatti di un profilo di rischio molto più elevato che in passato in assenza di una garanzia che l’energia prodotta possa essere pagata per tutto il tempo necessario a remunerare il capitale investito. Nel caso più “semplice” tale garanzia potrebbe essere data dall’affidabilità finanziaria o “merito creditizio” dell’acquirente dei kWh (un trader od un cliente finale).

Ma, anche in questo caso, il nostro sistema bancario, anche provato da recenti esperienze negative, non appare ancora disponibile a finanziare direttamente i progetti facilitandone la realizzazione. Il tema dei Power Purchase Agreement (PPA), che negli USA è già ampliamente sviluppato, qui da noi resta una questione aperta e non risolta.

Se la situazione non evolverà verso meccanismi “facilitatori” i numeri resteranno necessariamente lontani dagli obiettivi.

In definitiva si tratta della questione di chi, tra i soggetti interessati (produttore, trader, cliente finale, sistema bancario, e sistema finanziario), si assume il rischio o parte del rischio. Fino ad oggi in Italia esempi di contratti a lungo termine (PPA) si contano sulle dita di una mano e sono tutti di durate inferiori al tempo necessario a ripagare l’investimento.  Segno che, al termine del contratto, ed in assenza di qualsiasi rinnovo, sarà il prezzo dell’energia sul mercato a determinare l’ammontare del rischio: il produttore (o il trader) infatti non potrà vendere l’energia elettrica ad un prezzo molto diverso dal PUN.
Difficilmente poi un contratto PPA a prezzo fisso potrebbe “resistere” qualora il mercato elettrico mostrasse un PUN in forte diminuzione e inferiore al prezzo contrattualizzato.

IL RUOLO DELLA POLITICA A LIVELLO CENTRALE E LOCALE

La questione è centrale per garantire l’avvio di un processo di nuove installazioni ad un ritmo crescente nel tempo per il prossimo decennio. E’ un settore dove la politica deve intervenire (senza ulteriormente appesantire le bollette) con ogni possibile strumento anche “transitorio” che faciliti l’innesco del nuovo processo di sviluppo per le FER.

Nel frattempo si assiste ad una corsa all’acquisizione di “diritti di superficie” specialmente nella aree a maggior insolazione del Paese. Segno che alcuni pensano, avendo fatto i conti, di poter “vendere”, successivamente e con profitto, l’autorizzazione a costruire. Un ritorno al passato a mio avviso un po’ illusorio.
Non si considera, infatti, che a livello locale, l’esperienza degli ultimi anni ha insegnato a distinguere fenomeni puramente speculativi da investimenti “industriali” con prospettive di lungo periodo. E’ percepibile, a livello locale, una sorta di irrigidimento nel processo di concessione delle autorizzazioni.

Un esempio delle difficoltà che incontrano oggi gli operatori nei processi autorizzativi è dato dalla recente moratoria decisa dal Parlamento della Regione Siciliana ed entrata in vigore l’11 Maggio u.s.. Non solo sono state sospese per 120 giorni tutte le procedure autorizzative in corso, ma è stato esteso a 400 giorni, dai 180 precedenti, il tempo massimo per la concessione dell’autorizzazione da parte regionale.

La contropartita sul tavolo è la promessa di sottomettere al Parlamento regionale la bozza del PERS (Piano Energetico Regionale della Regione Siciliana) entro il prossimo Ottobre. Dalla viva voce dei responsabili siciliani abbiamo appreso che il documento, una volta approvato, indicherà le aree prioritarie sulle quali sarà possibile installare nuovi impianti eolici o fotovoltaici.  Rimane una fortissima riserva, salvo per i terreni assolutamente marginali, ad autorizzare impianti su terreni agricoli la cui priorità deve restare quella originaria.

Anche per l’altra isola maggiore italiana, la Sardegna, l’atteggiamento regionale espresso nel PEARS (il Piano Energetico della Regione Sardegna) indirizza i nuovi impianti fotovoltaici prevalentemente sulla generazione distribuita. In teoria la cosa è posta in modo corretto, ma con l’insieme di impianti di piccole dimensioni di potenza media di circa 20kW, il numero necessario a raggiungere gli obiettivi nel settore della produzione elettrica in Italia sarebbe di circa 3 milioni di nuovi impianti, un numero molto alto se confrontato con i circa 700.000 impianti di minori dimensioni oggi installati.

Da questi due esempi, peraltro importanti perché relativi alle due regioni con maggiore radiazione solare incidente, si può immaginare come il percorso autorizzativo si presenti, di fronte agli investitori, disomogeneo nel Paese, e, se possibile, con tempi perfino allungati rispetto al passato.

MA LA PRODUZIONE ELETTRICA FER NON BASTA

Ma non sarà sufficiente, per raggiungere gli obiettivi di carattere ambientale, agire solo sul lato produzione di energia elettrica. È bene chiarire un po’ di dati per comprendere meglio quanto sia complesso raggiungere gli obiettivi ambientali riducendo le emissioni dei macro-settori che consumano energia.
Fatto 100 il totale delle emissioni di GHG (GreenHouseGas) la produzione di energia elettrica “pesa” per circa il 26%, i trasporti per il 24%, il settore civile per il 17%, l’industria per l’11% e tutti gli altri usi non energetici (rifiuti, allevamenti, attività agricole) il restante 22%.

Ciò significa che quando si agisce per ridurre le emissioni dal settore della produzione elettrica, si agisce solo sul 26% delle emissioni totali e che sia necessario lavorare intensamente anche su tutti gli altri settori di consumo.

Si rende necessario, ed è questa la questione più complessa, sostituire con energia elettrica “verde” gli attuali combustibili fossili impiegati nei consumi finali. Si parla allora di penetrazione dell’energia elettrica nei consumi finali (PEc), cosa ben diversa dalla penetrazione delle rinnovabili nella produzione di energia elettrica (PEe). Se non si agisce in modo massiccio contestualmente anche sui consumi finali gli obiettivi “ambientali” non potranno essere mai raggiunti.

Possiamo dire, senza pericolo di smentite, che ancora oggi vi sia una sostanziale ed oggettiva mancanza di correlazione operativa tra la PEc e gli obiettivi della SEN.2.  Ciò che è anche dimostrato dalla permanente marginalità del meccanismo di certificazione dell’energia elettrica consumata e proveniente da FER.  E’ ancora poco diffusa la possibilità di “certificare” la provenienza del MWh con i cosiddetti “G.O.” (Garanzia d’Origine): un certificato emesso dal GSE che garantisce la “provenienza rinnovabile” del MWh consumato.

Questo meccanismo, piuttosto complesso e sviluppato in tutta Europa, può essere utilmente adottato per “certificare” la PEc in tutti e tre i settori: trasporti, edifici e industria.

D’altra parte si deve riconoscere che la penetrazione elettrica nei consumi finali è una questione, se possibile, ancora più complessa di quanto sia la transizione del settore produttivo ormai avviata. La differenza fondamentale risiede nel “processo decisionale”. Nel caso della produzione elettrica, secondo il modello centralizzato tradizionale, l’adozione di investimenti nel settore rinnovabile è questione che riguarda un numero relativamente limitato di soggetti responsabili, nel caso invece dei consumi finali lo stesso processo è estremamente diffuso (l’acquisto di un auto elettrica, l’adozione di una pompa di calore per scaldare l’acqua domestica, ecc..) e comporta, oltre tutto ed in molti casi, dei veri e propri cambiamenti di “comportamento” consolidati del proprio quotidiano.

LA MOBILITA’ ELETTRICA

Facciamo un esempio di grande attualità: la mobilità elettrica. In Italia circolano circa 39 milioni di auto più altri 11 milioni di veicoli vari, in totale circa 50 milioni di mezzi circolanti nel Paese tutti praticamente alimentati con combustibili fossili.
Il settore è responsabile dell’emissione di GHG per circa il 24% del totale pari a circa 100milioni di tonnellate di CO2/anno. Introdurre un milione di auto elettriche in Italia (proposta dell’Enel per il 2024) vorrà dire sostituire circa il 2,0% del parco esistente ed una riduzione di emissioni annuali di circa 2 milioni di tonnellate di CO2.
L’introduzione della mobilità elettrica, ancora molto limitata, tanto da avere difficoltà ad apparire nelle statistiche, potrebbe significativamente contribuire alla de-carbonizzazione raggiungendo l’obiettivo fissato in sede europea per il 2030, nel 14% del parco circolante (con una media di poco più dell’1%/anno).
Vorrebbe dire circa 5,6 milioni di vetture elettriche per un investimento che, solo per le unità mobili, si aggirerebbe attorno ai 150 miliardi di euro ai quali si dovranno aggiungere circa altri 10/15 miliardi di punti ricarica “privati”. Con questi numeri si potrà ridurre di circa 15 milioni di tonnellate le emissioni annuali di GHG. Questo per soddisfare gli obiettivi decisi in sede europea per il 2030, ma l’orientamento generale è quello di un taglio molto più deciso per il successivo periodo fino al 2050.

E’ interessante notare che stiamo parlando di un patrimonio di mezzi sulle strade italiane di un valore complessivo di circa 1000 miliardi di euro (il 44% del debito pubblico italiano) che dovrà vedere necessariamente un ritmo di sostituzione dopo il 2030 ben superiore a quello degli obiettivi 2030, altrimenti la sostituzione del parco mobile italiano potrebbe durare un centinaio d’anni!

Quasi inutile sottolineare che la necessaria mobilitazione di risorse pubbliche e private è una grande occasione di innovazione e di trasformazione della mobilità per il sistema industriale italiano che ha le conoscenze e le tecnologie per partecipare non solo in Italia, ma in molti altri paesi ad un mercato che si prefigura dell’ordine di centinaia di miliardi di euro.

IL SETTORE CIVILE

Anche il settore immobiliare (nel suo complesso di oltre 50 milioni di edifici) con un valore patrimoniale stimato di oltre 6200 miliardi di euro, rappresenta, in termini energetici, un grande consumatore di energia sia elettrica, sia termica.

Quando si parla di penetrazione elettrica si intende sostituire i combustibili fossili (in genere gas metano) con energia Elettrica prodotta da fonti rinnovabili. Di fatto vorrebbe dire introdurre nuove tecnologie per la climatizzazione degli ambienti (sia d’inverno, sia d’estate), per cucinare.

Oggi questa possibilità è alla portata di tanti perché è possibile intervenire per passi successivi: iniziare con il togliere il gas dalle cucine inserendo piastre ad induzione, poi con l’inserire la tecnologia delle pompe di calore sia per l’acqua calda sanitaria, sia per il riscaldamento ed il raffrescamento degli ambienti. Ancora per il corrente anno, ma ci auguriamo che venga reso permanente, si può usufruire del “bonus ecologico” che permette di detrarre il 50% o il 65% dell’investimento necessario al cambiamento in rate decennali.

Come si vede dallo schema di seguito riportato, si raggiungono, per una famiglia tipo italiana, benefici annui di oltre 2.000 euro: molto vicini alla rata annua di un possibile finanziamento necessario a spesare l’intero investimento.

Caso Full Electric e Fotovoltaico


CONCLUSIONI

Nei prossimi anni la trasformazione dell’economia basata sui fossili nella nuova basata sulle rinnovabili pervade tutti i settori delle attività economiche e private di tutti i cittadini. Porta con se innumerevoli occasioni di nuovi business e di innovazione tecnologica, dove l’aspetto primario della produzione di energia elettrica può assumere una valenza importante quanto ciò che dovrà essere fatto nei confronti dei consumi finali che andranno caratterizzati sempre più da energia elettrica “certificata”.

La dimensione economica della trasformazione va ben oltre i 70/80 miliardi di investimenti previsti dalla SEN e rappresenta quindi un’occasione di politica industriale ed energetica che il nostro Paese non può perdere. Si tratta di una cifra tra investimenti pubblici e privati che può raggiungere i 250 miliardi di euro, una cifra che viene attentamente considerata da molti investitori esteri ancora indecisi sui reali tempi di ingresso in questo nuovo mercato. Sarà molto importante conoscere, conoscere appena possibile gli orientamenti ed il ruolo che la “Politica” a tutti i livelli, centrali e locali, vorrà darsi per “innescare” il processo e sarà fondamentale creare un forte coordinamento tra l’insieme delle istituzioni coinvolte.

Mi riferisco agli orientamenti normativi che i nuovi componenti dell’ARERA mostreranno nelle prossime settimane, all’importante ruolo del GSE nel passare da distributore di incentivi e controllore severo a promotore e sostegno tecnico delle istituzioni nazionali e locali, aprendo anche le proprie capacità e competenze alle iniziative di accompagnamento al sistema di imprese nazionali verso i mercati esteri. Alla revisione del ruolo del GME che, in un sistema senza più incentivi, può essere strumentale nel fornire supporto analitico e previsionale per lo sviluppo dei nuovi contratti di fornitura di elettricità con Garanzia d’Origine e di lungo termine. Ma le azioni riformatrici devono essere concepite con una visione chiara non solo degli obiettivi, ma soprattutto ora degli strumenti e dei “numeri” di cui ho cercato di dare qualche indicazione.

Le imprese di tutte le dimensioni e lo spirito imprenditoriale che le caratterizza saprà cogliere questa grande sfida.

 

Dalla Rivista trimestrale Management delle Utilities e delle Infrastrutture (Luglio-Settembre 2018)

 

*Giovanni Simoni – Energie rinnovabili dal 1973. Attualmente CEO del Gruppo Kenergia e Presidente della Moroni & Partners. Inoltre, è membro del Consiglio Generale e Coordinatore della Cabina di Regia di Elettricità Futura.

L'Autore: Staff Gruppo Kenergia

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