Ibridazione Obbligatoria

Di 9 marzo, 2020News

Le rinnovabili e l’agricoltura devono avere obiettivi comuni.
Uno dei punti d’incontro è l’agro-fotovoltaico

Pubblicato su QualEnergia | Febbraio-Marzo 2020

Con il termine Agro-Voltaico (in breve Agv) s’intende denominare un settore, non del tutto nuovo, ancora poco diffuso, caratterizzato da un utilizzo “ibrido” di terreni agricoli tra produzioni agricole e produzione di energia elettrica attraverso l’installazione, sugli stessi terreni, di impianti fotovoltaici. Gli esempi del passato si sono praticamente concentrati tutti nella realizzazione di “serre fotovoltaiche” nate non per necessità agricole, ma per realizzare un sostegno a moduli fotovoltaici da sistemare su terreni sui quali, altrimenti, non sarebbe stato possibile installare impianti. Il rapporto tra gli investitori e l’operatore agricolo, nella gran parte dei casi, è andato progressivamente deteriorandosi con il risultato che molte di queste realizzazioni non hanno resistito alle ispezioni del Gse e sono state di fatto abbandonate. Tutto ciò non ha fatto che alimentare giustificati sospetti su tutte le iniziative proposte provenienti dagli “investitori energetici”: proposte che partivano tutte da interessi ben diversi da quelli del mondo agricolo. È vero che il settore Agv nasce dalla spinta degli operatori energetici ed è anche vero che il problema dell’occupazione di aree agricole in favore del fotovoltaico è, nei fatti, un problema “virtuale” quando si confrontano i numeri. Se si valuta l’impatto che il fotovoltaico avrebbe se nei prossimi dieci anni (da qui al 2030) fosse interamente costruito su terreni agricoli (ipotesi del tutto fantasiosa) si dovrebbe concludere che il problema “non esiste”. Guardiamo i numeri:

  • sulla base dei dati Istat circa 125 mila Ha di terreno agricolo sono abbandonati ogni anno in Italia;
  • se si costruissero i circa 30/35GW di fotovoltaico nuovo come previsto dal Pniec al 2030, occorrerebbero circa 50 mila Ha, meno della metà dell’abbandono annuale dall’agricoltura.

Questo, non ci permette di affermare che il problema “non esiste” perché, anche senza espliciti divieti, tutte le amministrazioni locali italiane e le grandi organizzazioni agricole hanno un atteggiamento di “assoluta prudenza” o di sostanziale opposizione a concedere l’autorizzazione alla costruzione di impianti fotovoltaici su tali terreni. Anche a livello nazionale il recente decreto denominato Fer 1 ha escluso, dai registri e dalle aste dei prossimi anni la partecipazione di progetti a impianti realizzati su terreni agricoli.

Conflitti solari

Si tratta di una percezione generalizzata che trasforma il conflitto virtuale in problema reale che si traduce, come minimo, in un forte rallentamento dello sviluppo del fotovoltaico. È evidente che sia meglio utilizzare superfici diverse dai terreni agricoli ma tutti gli operatori “energetici” e i decisori politici sanno che gli ambiziosi obiettivi del Pniec al 2030 non si potranno raggiungere senza una consistente quota di nuova potenza fotovoltaica costruita su terreni agricoli. La cosiddetta “generazione distribuita” non potrà fare a meno, per molti motivi, d’impianti “utility scale” (Us) che potranno occupare nuovi terreni oggi dedicati all’agricoltura per una quota, se si manterranno le stesse proporzioni di quanto installato fino ad oggi, di circa 15/20 mila Ha (meno del 20% dell’abbandono annuale). Perché ciò sia possibile, è necessario che siano adottati nuovi criteri di progettazione degli impianti, adottando criteri e metodi di gestione completamente nuovi: sono le tecniche e i metodi del nuovo settore Agv. In altre parole si ritiene che la gran parte degli impianti Us possa trovare il consenso di tutte le parti coinvolte (Autorità locali, organizzazioni agricole e imprese agricole e imprese energetiche), solo nello sviluppo dell’Agv.

Giga agricoli

Dalle nostre dirette esperienze appare possibile un obiettivo decennale di circa 10/12GW di nuovi impianti accompagnata da un moltiplicatore di almeno 6/7 volte la redditività del sistema agricolo attivo sugli stessi terreni. Vediamo come. Innanzitutto è necessario che le metodologie dell’Agv siano preferibilmente applicate su terreni agricoli in pieno esercizio e con imprenditori agricoli impegnati a restare sul campo per gli anni successivi. È vero che si può “ripensare” ai terreni abbandonati, ma è illusorio pensare, almeno per i grandi numeri, che sia facile far ritornare su quei terreni operatori agricoli. Questa pre-condizione è di fondamentale importanza, sia perché, come vedremo, l’Agv opera in una situazione di convergenti interessi tra i settori agricolo ed energetico sia perché tende a radicare l’imprenditore agricolo al territorio e a ridurre, di conseguenza, il tasso annuale di abbandono precedentemente accennato. Una seconda, altrettanto importante condizione, è che l’approccio al progetto parta essenzialmente dalle esigenze del mondo agricolo, ribaltando totalmente l’approccio del passato, quando erano in vigore gli incentivi, e il tema delle autorizzazioni su terreni agricoli per il fotovoltaico non poneva problemi particolari, i prezzi dei terreni agricoli che gli operatori fotovoltaici erano disposti a pagare sono arrivati anche a più €5000/ha/anno per i soli diritti di superficie per una durata di 20/25 anni. Come ampiamente dimostrato questi prezzi di grande soddisfazione per i proprietari terrieri, hanno avuto l’effetto di incentivare l’abbandono delle campagne. In quasi nessuno di quei terreni vi sono ancora attività agricole! Oggi la situazione è completamente mutata: l’esistenza di una “pregiudiziale” su terreni agricoli e l’assenza d’incentivi impongono necessariamente un atteggiamento, da parte degli investitori energetici, adattato alle nuove circostanze del mercato e della sensibilità “politica” locale. Le prime esperienze dirette in progetti Us in Puglia ci dicono che l’approccio Agv può essere una soluzione fondamentale. Seguendo alcuni princìpi:

  • produzione agricola e produzione di energia devono utilizzare gli stessi terreni;
  • la produzione agricola deve essere programmata considerando le “economie di scala” e disporre delle aree di dimensioni conseguenti;
  • andranno preferibilmente considerate eventuali attività di prima trasformazione che possano fornire “valore aggiunto” agli investimenti nel settore agricolo;
  • la nuova organizzazione della produzione agricola deve essere più efficiente e remunerativa della corrispondente produzione “tradizionale”;
  • la tecnologia per la produzione di energia elettrica dovrà essere, prevalentemente, quella fotovoltaica: la più flessibile e adattabile ai bisogni dell’agricoltura;
  • il fabbisogno di acqua delle nuove colture deve essere soddisfatto, prevalentemente, dalla raccolta, conservazione e distribuzione di “acqua piovana”. L’energia elettrica necessaria dovrà essere parte dell’energia prodotta dal fotovoltaico installato sullo stesso;
  • Un esempio che Kenergia sta portando avanti può aiutare a chiarire i motivi alla base di un progetto Agv “utility scale” in Puglia.

Mutazione sostenibile

Dopo aver verificato la disponibilità della proprietà a una profonda trasformazione delle proprie attività agricole, abbiamo lavorato a stretto contatto con l’imprenditore e, insieme a specialisti agronomi, studiata una trasformazione delle colture sviluppabili all’interno degli stessi terreni occupati da fotovoltaico. Un cambiamento colturale che, senza un sostegno finanziario da parte del “fotovoltaico”, non sarebbe stato nelle disponibilità dell’impresa agricola. Trasformare l’utilizzo di un terreno agricolo da una coltura decennale a una nuova richiede tempi generalmente lunghi e finanziariamente impegnativi. Nel nostro caso, per esempio, la nuova coltura selezionata (un mandorleto bio-intensivo) richiede almeno tre anni dalla piantumazione prima di fornire un primo reddito, richiede un certo nuovo livello di meccanizzazione e di automazione dei processi e, nel caso in questione, richiede un sistema d’irrigazione efficiente e nuove quantità di acqua. Nella scelta della nuova coltura si sono tenuti in conto i risultati di diverse ricerche sviluppate da altri operatori a livello nazionale e internazionale. Da tali esperienze è apparso sufficientemente dimostrato che nei campi Agv le piante siano più protette dagli aumenti di temperature diurne e, ugualmente dalle forti e repentine riduzioni delle temperature notturne. Un altro fattore determinante riguarda la domanda di acqua. Un maggior ombreggiamento dovuto alla presenza discreta di pannelli solari, non appare essere un fattore determinante della crescita e nello sviluppo della gran parte delle coltivazioni esaminate ma, al contrario, in alcuni casi studiati presso l’Università americana dell’Oregon, riduce la domanda di acqua necessaria alle coltivazioni: in alcune, e sempre più numerose località, la diminuzione della domanda di acqua irrigua per effetto della semi-copertura fotovoltaica, può ridurre i rischi sulla produzione dovuti ai cambiamenti climatici. Da non trascurare gli effetti dell’aumento dell’umidità relativa dell’aria nelle zone sottostanti i moduli che, da un lato produce effetti favorevoli sulla crescita delle piante e dall’altro riduce la temperatura media dei moduli con evidenti vantaggi nella conversione in energia elettrica. Un tema che richiede particolare attenzione è quello della gestione di due attività tradizionalmente separate come quelle agricole e quelle della produzione di energia. Un’importante innovazione, oggi sotto esame, è quella di iniziare a delegare all’operatore agricolo tutti gli aspetti non specialistici della manutenzione dell’impianto fotovoltaico. In un futuro le pratiche Agv potranno suggerire, con evidenti vantaggi economici e assicurativi, la creazione di nuove figure professionali che inglobino nell’operatore agricolo anche le responsabilità di O&M dell’insieme degli impianti installati sui territori agricoli fino alla formazione di vere e proprie squadre specializzate nella gestione locale di tutti gli aspetti di un campo Agv. Il futuro operatore dell’agro-voltaico è una nuova figura professionale che deve poter essere parte del processo di manutenzione degli impianti e responsabile della produzione agricola. In conclusione l’adozione di investimenti nell’Agv offre numerosi vantaggi sia agli operatori agricoli sia a quelli energetici. Per gli operatori agricoli:

  • il reperimento delle risorse finanziarie necessarie al rinnovo ed eventuali ampliamenti delle proprie attività;
  • la possibilità di moltiplicare per un fattore 6/9 il reddito agricolo;
  • la possibilità di disporre di un partner solido e di lungo periodo per mettersi al riparo da brusche mutazioni climatiche;
  • la possibilità di sviluppare nuove competenze professionali e nuovi servizi al partner energetico (magazzini ricambi locali, taglio erba, lavaggio moduli, presenza sul posto e guardiania, ecc.).

Per gli operatori energetici:

  • la possibilità di realizzare importanti investimenti nel settore di interesse anche su campi agricoli;
  • l’acquisizione, attraverso una nuova tipologia di accordi con l’impresa agricola partner, di diritti di superficie a costi contenuti e concordati;
  • la realizzazione di effetti di mitigazione dell’impatto sul territorio attraverso sistemi agricoli produttivi e non solo di “mitigazione paesaggistica”;
  • la riduzione dei costi di manutenzione attraverso l’affidamento di una parte delle attività necessarie;
  • la possibilità di un rapporto con le Autorità locali che tenga conto delle necessità del territorio anche attraverso la qualificazione professionale delle nuove figure necessarie l’offerta di posti di lavoro non “effimera” e di lunga durata.

*Giovanni Simoni – Energie rinnovabili dal 1973. Attualmente CEO del Gruppo Kenergia e Presidente della Moroni & Partners. Inoltre, è membro del Consiglio Generale e Coordinatore della Task Force Sviluppo PMI di Elettricità Futura.

L'Autore: Staff Gruppo Kenergia

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