Presentato a KEY Rimini, il nuovo report di Legambiente racconta un Paese in cui le rinnovabili avanzano, ma troppo spesso restano impigliate tra iter lunghi, pareri contrastanti e opposizioni che trasformano ogni progetto in un caso a sé.
Da sempre in Kenergia valorizziamo la qualità dei progetti, dal punto di vista della fattibilità, sostenibilità, ingegneristico e finanziario. Ma è bene ricordare che non solo la qualità del progetto, ma anche la qualità e il tempo della decisione pubblica. È quanto emerge chiaramente da questo recente rapporto di Legambiente.
Il report è stato presentato a KEY – The Energy Transition Expo, la manifestazione B2B di riferimento in Europa, per tecnologie, servizi e soluzioni legate alla transizione energetica, che si tiene dal 4 al 6 marzo alla Fiera di Rimini e mette in programma oltre 150 eventi.
Il rapporto “Scacco Matto alle Rinnovabili 2026” di Legambiente fotografa un paradosso che nel settore si conosce bene: in Italia le rinnovabili non sono ferme perché mancano i progetti, ma perché troppo spesso manca un sistema capace di valutarli e chiuderli in tempi coerenti con gli obiettivi dichiarati. Il report parla di 108 storie di blocco censite nel tempo e di 9 buone pratiche, cioè di un Paese che continua a oscillare fra ritardo e possibilità concreta di accelerazione.
I numeri, da questo punto di vista, dicono due cose insieme. La prima è che il settore si muove davvero: nel 2025 in Italia sono stati realizzati 7,2 GW di nuovi impianti da fonti rinnovabili. La seconda è che non basta ancora: per stare dentro alla traiettoria del 2030 servono almeno 11 GW l’anno nei prossimi cinque anni. Ma anche questo è un tema già ampiamente discusso e dichiarato.
“…il presente e il futuro del Paese e per la sua indipendenza energetica, continuano ad essere sempre più schiacciate da ritardi, ostacoli burocratici e freni imposti dai ministeri competenti.” (cit. Comunicato Stampa)
Il punto più forte, però, è forse un altro. A gennaio 2026 risultano 1.781 progetti già avviati e ancora in valutazione. Di questi, 1.234 sono in istruttoria tecnica presso la Commissione PNRR-PNIEC; 88 risultano bloccati tra Ministero della Cultura e strutture regionali competenti sui beni culturali; altri 160 sono in attesa di una determina della Presidenza del Consiglio. Numeri così non raccontano un settore debole. Raccontano piuttosto un collo di bottiglia istituzionale.
Un progetto ben fatto, da solo, non basta se il contesto decisionale resta incerto, contraddittorio o troppo lento. Non a caso, Legambiente ricorda che il 66% delle procedure VIA e VIA PNRR-PNIEC concluse dal 2009 a oggi ha avuto esito positivo.
Per il fotovoltaico e soprattutto per l’agrivoltaico, il passaggio più interessante del report è forse quello meno “rumoroso”, ma più concreto. Legambiente scrive che oggi la definizione di agrivoltaico resta ancora troppo legata a layout standard e troppo poco al piano agronomico, quando dovrebbe valere il principio opposto: “…la definizione dell’agrivoltaico, ancora impostata su soluzioni
tecnologiche e layout “tipo”, invece che sul piano agronomico, quando dovrebbe valere il
principio opposto — è l’impianto che si adatta alle colture, non le colture alla tecnologia.“.
E ancora, riporta Legambiente: “…In Umbria, invece, il cortocircuito è culturale-amministrativo: a Terni, alcuni cittadini si sono visti negare il fotovoltaico sui tetti perché “non esteticamente gradevole” e addirittura “visibile da un drone o da satellite...”
È un passaggio quasi surreale, ma utile proprio per questo: fa capire quanto spesso la discussione si allontani dal merito tecnico e finisca in una zona grigia fatta di percezioni, irrigidimenti e simboli. Sarebbe opportuno che si superasse una volta per tutte la solita contrapposizione tra favorevoli e contrari, e che venisse invece affrontato il tema molto più serio della qualità amministrativa, tecnica e culturale con cui il Paese affronta la transizione.
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