La crisi sulle rotte petrolifere in Medio Oriente, la guerra, i depositi di gas discrutti, non riguardano solo il prezzo del greggio. Riguarda la vulnerabilità di un sistema che resta esposto a shock esterni. Serve accelerare con criterio i progetti rinnovabili che possono arrivare davvero in esercizio in tempi brevi.
In queste settimane il mercato energetico internazionale è tornato a ricordare quanto sia fragile quando dipende da pochi passaggi strategici. L’IEA parla apertamente della più grande interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero globale: il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, da cui normalmente passa circa il 20% dei consumi mondiali di petrolio, si è quasi fermato. E gli effetti non riguardano solo il greggio: la stessa IEA segnala tensioni ancora più acute su prodotti raffinati come diesel, jet fuel e GPL.
Il punto, quindi, non è soltanto che il prezzo salga. Il punto è che quando una rotta così centrale si inceppa, si scopre di nuovo quanto contino disponibilità fisica, logistica, tempi di reazione e margini di sicurezza. L’IEA ha confermato un rilascio coordinato di 400 milioni di barili dalle riserve di emergenza, il più grande della sua storia, ma ha anche chiarito che le misure lato offerta da sole non bastano a compensare la scala della disruption. In parallelo, il MASE ha affermato che al momento non ci sono rischi attuali sugli approvvigionamenti energetici e che bisogna proseguire nella diversificazione (nel corso del question time alla Camera, l’11 marzo 2026, intervento del Ministro Pichetto Fratin ). È una distinzione importante: non siamo necessariamente davanti a una crisi materiale immediata, ma i segnali di vulnerabilità sono già tutti visibili.
È proprio qui che il tema delle rinnovabili smette di essere soltanto una questione ambientale e torna a essere una questione di sicurezza energetica nazionale. Perché se il sistema internazionale mostra di nuovo tutta la sua esposizione, allora diventa più difficile accettare che una parte dei progetti nazionalli resti ferma per tempi indefiniti, anche quando il capitale c’è, la domanda energetica cresce e la rete viene già pianificata per integrare nuove capacità. Questa è una lettura, ma poggia su un dato ufficiale molto netto: Terna registra 348 GW di richieste di connessione per impianti rinnovabili al 31 dicembre 2024, saliti a circa 350 GW al 28 febbraio 2025, a fronte di un fabbisogno aggiuntivo al 2030 di oltre 65 GW tra solare ed eolico rispetto all’installato 2023.
Naturalmente una richiesta di connessione non coincide con un impianto realizzato. Ed è giusto dirlo con chiarezza, proprio per non alimentare confusione. La stessa Terna spiegava, con il “Piano di Sviluppo” che solo una parte delle nuove iniziative per cui viene chiesta la connessione verrà poi autorizzata e realizzata. Ma questo non indebolisce il ragionamento: semmai lo rende più serio. Perché significa che il problema vero non è la scarsità di iniziative, ma la capacità di distinguere, ordinare e accelerare quelle che hanno davvero le condizioni per andare avanti.
Se la crisi internazionale ci dice che le dipendenze esterne restano un punto di fragilità, la risposta italiana non può limitarsi alla gestione dell’urgenza quando l’urgenza esplode. Dovrebbe passare prima, e meglio, da una capacità di scelta. Dare priorità ai progetti FER già maturi, leggibili sul piano tecnico, coerenti con la rete e abbastanza avanzati sul piano autorizzativo da poter arrivare in esercizio nel più breve tempo possibile.


