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Nel caldo deserto di Dubai, la recente 28ª Conferenza sul Clima COP28 ha portato alla luce un accordo che ha suscitato un dibattito acceso tra esperti e osservatori. Da un lato, l’accordo è stato salutato come un traguardo storico, dall’altro, è emersa una certa perplessità riguardo alla sua efficacia e concretezza.

Sultan Al Jaber, presidente della COP28, ha definito l’accordo una “pietra miliare”, evidenziando l’impegno a “accelerare l’azione in questo decennio critico” e sottolineando la “necessità di riduzioni profonde, rapide e durature delle emissioni di gas serra in linea con il percorso di 1,5°C” (Corriere della Sera). Questa visione ottimistica, però, è bilanciata da una percezione più critica. Javier Blas, ad esempio, ha descritto l’accordo come “storico” ma anche come una “opportunità persa”, caratterizzato sia da forza che da “lacune e carenze” (Bloomberg). Questa dualità riflette la natura complessa delle negoziazioni, dove gli ideali si scontrano con la realtà politica ed economica.

Al centro dell’accordo c’è l’invito a “transitioning away” dai combustibili fossili. Blas osserva che questa espressione, meno decisa del “phase out”, suggerisce un approccio più graduale e meno impegnativo. Questa formulazione potrebbe essere interpretata come un passo avanti nel riconoscimento del problema, ma anche come un modo per lasciare spazio a interpretazioni più flessibili (sebbene anche John Kerry, inviato per il clima di Biden, abbia celebrato l’accordo per la “transizione” dai combustibili fossili).

Questa mancanza di definizione, permette ai paesi di continuare le loro politiche energetiche attuali senza cambiamenti significativi. Ad esempio, “Non fermerà la Cina dal costruire altre centrali a carbone o gli Emirati Arabi Uniti dal trivellare più petrolio” (Wall Street Journal). E stando ai dati espressi da questo grafico del Global Carbon Budget 2023, pubblicato da Bloomberg, è chiaro come questa realtà mette in discussione l’efficacia dell’accordo nel portare a un cambiamento reale e significativo nel panorama energetico globale.


Uno degli aspetti più critici dell’accordo riguarda il finanziamento per i paesi in via di sviluppo, essenziale per la loro transizione energetica. Nonostante la riconosciuta necessità di investimenti significativi, il documento finale non fornisce indicazioni chiare su come e chi dovrebbe sostenere questi costi.

L’accordo prevede un triplicamento della capacità delle energie rinnovabili entro il 2030, ma anche questo obiettivo presenta delle sfide. Le energie rinnovabili, come il solare e l’eolico, producono solo circa il 20-40% della loro capacità dichiarata, rispetto all’80-90% per le centrali a combustibili fossili e nucleari. Di conseguenza, un triplicamento della capacità rinnovabile potrebbe non tradursi in un aumento equivalente della produzione effettiva di energia. “Ciò spiega perché la Cina sta costruendo enormi centrali a carbone anche mentre si vanta della sua crescita nel solare e nell’eolico” (Wsj.com).

Le parole di Al Jaber, “siamo ciò che facciamo, non ciò che diciamo” (Bloomberg), riflettono l’importanza di azioni concrete oltre le dichiarazioni. Tuttavia, resta da vedere se le intenzioni espresse si tradurranno in misure effettive. Mentre la conferenza ha certamente posto le basi per un futuro energetico più sostenibile, l’attuazione e l’impatto delle politiche concordate rimangono una questione aperta.

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